#WomenInScience: come non far sentire le ragazze delle immigrate nella scienza

scritto da il 11 Febbraio 2018

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Il nostro obiettivo? “Non far sentire le ragazze delle immigrate nel territorio della scienza“. Nell’International Day of Women and Girls in Science, promosso oggi dall’Onu, il sodalizio di Sara Sesti e Liliana Moro, autrici del libro “Scienziate nel tempo – 75 biografie” (Edizioni Lud Milano, 2016) merita di essere raccontata. Perché racconta lo sforzo di due amiche, l’una docente di matematica e l’altra di storia, di rompere il silenzio intorno alle donne che hanno scelto di addentrarsi in quelle che una volta venivano definite “scienze dure” e che oggi chiamiamo Stem: scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. Ancora poco battute dalle ragazze: in Italia le iscritte a tutti i corsi di laurea dell’area scientifica nel 2016/2017 (ultimi dati Miur) sono solo il 36,7% del totale (200.116, contro 344.468 maschi). Nelle materie umanistiche le percentuali di donne sono bulgare.

Il gruppo milanese su donne e scienza
Negli anni Ottanta Sesti inizia la sua carriera con quella che definisce “una scissione”: di sera insegnava agli operai di Sesto San Giovanni, di giorno alle casalinghe di Affori. “La sera – racconta – la matematica mi dava un grande potere: ero forte, seguivo gli insegnamenti di Lucio Lombardo Radice per una matematica avanzata e democratica. Mi ascoltavano. Nella situazione tutta al femminile, invece, capivo di parlare un linguaggio assolutamente respingente per queste signore che arrivavano dalle cucine e dalle camere da letto. Dovevo fare qualcosa”. Da lì comincia a raccogliere biografie di scienziate, come per una collezione personale. Vuole comprendere quale passione avesse mosso le donne del passato ad addentrarsi in territori dai quali erano estromesse. Nel 1997, al centro Pristem della Bocconi, sorge un gruppo dedicato a donne e scienza, che qualche anno dopo si trasferirà all’Università delle donne di Milano. Sara e Liliana entrano a farne parte. Ne nasce una mostra – “Scienziate d’Occidente: due secoli di storia” – che fa il giro delle scuole d’Italia. “Avevamo il desiderio di farle vedere, di evocarle, suscitando la meraviglia delle studentesse che finalmente potevano guardare le loro antenate. Volevamo togliere le scienziate dal silenzio e dall’anonimato”.

75-scienziateNiente scienza se non “accompagnate”
Il libro è il frutto di quell’esperienza, ma anche dello sguardo incrociato di una matematica e di una storica. “Abbiamo lavorato a quattro zampe – scherza Sesti – grazie a un confronto continuo e a una relazione paritetica. È un’opera che attraversa il confine tra la scienza e la storia”. Alla domanda se è stata più la scienza a tenere i margini le donne oppure la storia a cancellarle, Sesti riflette prima di rispondere: “Le responsabilità degli storici hanno contato, ma ha pesato di più il fatto che fino al 1867, quando l’École polytechnique di Zurigo ha aperto per la prima volta le porte di un’università alle donne, le studiose non potevano portare contributi concreti. Per farlo, dovevano pubblicare con il nome dei mariti o con uno pseudonimo maschile. Come la matematica Sophie Germain, che si firmava Antoine-August Le Blanc per poter corrispondere con il grande Lagrange e sottoporgli i suoi lavori sul calcolo infinitesimale”. Ma ci sono vicende ancora più paradossali, come quella della medica salernitana Trotula de Ruggiero, della celebre scuola medievale salernitana, moglie di un autorevole dottore. “Firmava le opere con il proprio nome, grazie a una classe dirigente molto illuminata. Peccato che quelli che le trascrissero successivamente le cambiarono il nome in Trottus: era impensabile che quei trattati fossero di una donna”. Dunque, fino all’apertura delle università, le donne che ce la facevano avevano a fianco mariti, padri, fratelli in grado di fornire loro l’istruzione che veniva negata dalle istituzioni. “Gli esempi sono moltissimi, dalla celebre coppia di Ipazia e del padre Teone ai coniugi Lavoisier, i fondatori della chimica moderna, fino alla marchesa du Châtelet con il suo amante Voltaire”. Non mancano casi di padri che usano l’istruzione delle figlie come passepartout per l’ascesa sociale: è successo a Maria Gaetana Agnesi, esibita sin dai nove anni nei salotti dal ricco papà commerciante per fare colpo sugli intellettuali di passaggio a Milano.

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Sara Sesti e Liliana Moro

Non solo donne eccezionali
“Non ci siamo mai affrancate del tutto”, dice Sesti con una punta di rammarico. Ma certamente con l’ingresso delle donne nelle università l’aria è cambiata. L’Italia vanta tre primati: a Padova nel ‘600 è stata assegnata la prima laurea honoris causa al mondo a una donna, Elena Cornaro Piscopia. Bologna, nel ‘700, ha laureato Laura Bassi in fisica e Anna Morandi Manzolini in medicina. Ma Sesti ha un’idea chiara sui rischi di porre l’accento soltanto sulle “superdonne”: non vuole che passi il messaggio della necessità di doti speciali per accostarsi alle scienze dure. Non a caso, mentre la collega Moro sta approfondendo le biografie delle scienziate militanti, impegnate nelle battaglie sui diritti politici e civili come Maria Montessori, il lavoro di ricerca attuale di Sesti riguarda i lavori collettivi delle donne di scienza, come quelle del progetto Manhattan, di quelle che hanno realizzato i primi cataloghi stellari dell’Ottocento tra cui “le quattro suorine della Specola Vaticana che insieme hanno scoperto 400mila stelle”, di quelle della Nasa che hanno contribuito a portare l’uomo nello spazio. “Bisogna far capire che le scienziate del passato erano più privilegiate che eccezionali e che nella scienza tutte quelle che vi si vogliono dedicare possono ottenere risultati importanti. Oltre all’eccezione c’è la regola: quel 60% di donne ormai presenti nei laboratori top del mondo, come il Cern di Ginevra o il Mario Negri”.

Il caso Oxford, gli stereotipi e l’urgenza di “consapevolezza”
Ha fatto molto discutere la recente notizia che a Oxford, durante un test di matematica, è stato concesso alle donne un “bonus” temporale di 15 minuti in più. “La credenza sbagliata più diffusa – sostiene Sesti – è che siamo meno portate. In realtà siamo soltanto meno educate. Sin dall’infanzia, sin dai giocattoli che ci regalano, la scienza è considerata territorio maschile. Ma le bambine vanno portate nei laboratori esattamente come i bambini. Hanno bisogno di giocare con i circuiti e con le ampolle, senza che nessuna dica loro che competono ai maschi”. Bene, quindi, le campagne di sensibilizzazione. Ma, conclude Sesti, servono anche “campagne di consapevolizzazione”: “Molte ragazze affrontano le discipline scientifiche scegliendo anche atenei difficilissimi, ma non mi sembrano sempre consapevoli che stanno sfidando le consuetudini e le culture consolidate nel tempo. E purtroppo se ne renderanno conto soltanto dopo”. Avere contezza della fatica di linguaggi nati maschili aiuta. Anche per spezzare quei fili del comando che, per Sesti, legano gli uomini sin dall’antichità. “Penso sempre a Einstein: a 24 anni, senza neanche essere uno dei migliori, ha proposto la teoria della relatività. Dove trovava quella sicurezza? Nel filo che tiene uniti gli scienziati e li sostiene”. Lo stesso filo che l’Associazione Donne e Scienza, di cui Sesti fa parte, cerca di riannodare per le scienziate.

Hedy Lamarr e la scienza sexy
Ma c’è una biografia su tutte che Sesti porta nel cuore e che meglio di tutte può servire da pungolo alle ragazze: quella di Hedy Lamarr, la bellissima attrice austriaca degli anni 40 nota per essere stata il primo nudo nella storia del cinema. “Nonostante una vita molto inquieta, durante la quale ha avuto sei mariti, non ha mai dimenticato di essere un’aspirante ingegnere. Il suo primo marito era un mercante d’armi che riforniva Hitler e Mussolini. Lei era profondamente antinazista e cercò un modo per sostenere i soldati austriaci in guerra inventando una tecnologia che si chiama spread spectrum, valorizzata oggi perché è quella che ci permette di non essere intercettati nelle comunicazioni wireless. Ha vinto molti premi, tra cui la prestigiosa medaglia Kaplan. Diventata famosa per il suo bellissimo corpo, alla fine della sua vita è stata premiata per il suo bellissimo cervello. Quando racconto la sua storia alle mie studentesse mi chiedono: ‘Prof, ma allora si può essere sexy e scienziata?’ Certo!”.