La generazione dei 30-40 è sotto scacco, un costo economico per l’Italia

scritto da il 07 Febbraio 2018

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Alice, 35 anni, da dieci giornalista precaria. Maria, 40 anni, pensa di lasciare la professione di avvocato, divenuta nella sua esperienza personale troppo incerta, e studia per i concorsi pubblici.  Antonio, 38 anni, ha lasciato il suo lavoro precario all’università e sogna il posto fisso. Sono storie raccolte tra i  30-40enni, una generazione che ha pagato di più delle altre il costo della crisi che li ha investiti proprio mentre cercavano di entrare o di affermarsi nel mondo del lavoro. Ma tutto questo, come spiega Mario Morcellini, commissario Agcom, sociologo e studioso dei mass media, già  prorettore dell’università Sapienza di Roma , si tradurrà anche in un costo economico per la comunità, tanto più alto ed evidente col passare del tempo. Un costo che sarà pagato a livello psicologico, sanitario, pensionistico.

“La  generazione più compromessa – afferma lo studioso in un’intervista ad Alley Oop-Il Sole 24 Ore – non è  l’ultima generazione di laureati, per la quale, mi dispiace dirlo perché può sembrare una frase elettorale, un po’ di speranza comparativa con le generazione precedenti c’è. La generazione sotto scacco è quella dei 30-40enni. Su questi ci vogliono cure specifiche da parte della politica”.

LA FOTOGRAFIA SCATTATA DALL’ISTAT 

Ma lasciamo parlare i dati. Secondo la fotografia scattata dall’Istat nel 2017,  in un anno si contano 234mila occupati in meno tra i 25 e i 49 anni. A soffrire di più, in particolare, sono i 35-49enni con una perdita di 204mila occupati. Su base percentuale, da dicembre 2016 a dicembre 2017, gli occupati sono calati dello 0,7% tra 25 e 34 anni e del 2,1% tra 35 e 49 anni. E’ quest’ultimo il risultato peggiore tra le varie fasce d’età. Il segno meno tra i 35-49enni esiste anche al netto della componente demografica. Cioè: è vero che ci sono meno occupati perché ci sono meno giovani e la popolazione invecchia, ma il lavoro diminuisce comunque: mentre l’incidenza degli occupati sulla popolazione cresce  su base annua tra i 15-34enni e i 50-64enni, è in lieve calo tra i 35-49enni (-0,2%).

LE SCELTE DI POLITICA DEL LAVORO

Alla radice del problema, secondo Morcellini,  ci sono anche scelte di politica economica e del lavoro: “Negli anni in cui c’è stato il dibattito sulla cosiddetta ‘flessibilizzazione’ del mercato del lavoro, molti intellettuali,  e purtroppo – ammette lo studioso – devo mettere anche me stesso in questa corte che non ha visto lontano, hanno ritenuto che non fosse un errore introdurre elementi di flessibilità perché ci veniva promesso in cambio una diversa trasparenza e una diversa riformabilità del mercato del lavoro. Tutto questo non c’è stato, abbiamo le prove storiche, la flessibilità troppo spesso si è  presentata come precariato. E, se si chiama precariato, prelude a costi che da qualche parte si manifesteranno. Per di più non c’è stata neanche la controprova, cioè che il mercato del lavoro sia stato davvero riformato e risanato: quindi abbiamo sbagliato a consentire che una misura di politica economica e di politica del lavoro venisse rivenduta con un marketing improprio come politica riformatrice. Quella adottata è stata una politica che ha commesso due errori. Ha pensato che sui giovani si potesse fare più facilmente macelleria sociale, cioè che si potesse infliggere precarietà solo sui giovani, risparmiando quasi tutti gli altri settori, o almeno comparativamente risparmiando quasi tutti gli altri settori”, e si ci è illusi che  “ritoccare il tempo di ingresso nella vita adulta attraverso la precarietà fosse ininfluente sulla qualità della vita e delle relazioni sociali dei giovani. Oggi non possiamo non scorgere la limitatezza culturale di questa miope analisi”.

NEL TEMPO I COSTI PIU’ PESANTI, A LIVELLO DI SALUTE E PENSIONE

Tutto questo ha delle conseguenze economiche poiché “i costi economici sono quasi sempre intrecciati con quelli sociali”. In primis, prosegue Morcellini, “i costi della precarietà che si collegano al rinvio della professione e dell’esperienza di lavoro securizzante sono anzitutto visibili nei costi psicologici. Se allunghi innaturalmente i tempi, non con il consenso dei giovani, ma perché lo impone la crisi del mercato del lavoro, è impossibile non immaginare che questo determini una situazione di stress, di difficoltà esistenziale, di dipendenza dalla famiglia, situazione che non è detto sia accettata così tacitamente come amiamo dire. A questo proposito è buona una frase che dice: ‘sento parlar bene del lavoro flessibile, ma tutti quelli che ne parlano hanno il posto fisso’. Noi non riusciamo neanche a immaginare la difficoltà di adeguazione a un simile contesto di vita, non solo difficoltà psicologiche, ma probabilmente difficoltà di salute e certamente possibile aumento delle dipendenze, tra le quali non escluderei di citare la dipendenza della rete. Il costo economico più pesante si vedrà, tuttavia, nel tempo e sarà “in termini di pensione e di salute. La politica – spiega Morcellini – non lo vedrà volentieri. A parte la politica più responsabile, infatti, in genere la politica si occupa dell’oggi e del domani e io sto parlando del dopodomani”.  Un giovane che non ha avuto esperienza di vita e di ruolo paragonabile alle generazioni che lo hanno preceduto è in una situazione che “si tradurrà in un elemento di stress identitario, realizzazione di felicità, di realizzazione in famiglia. E questo provocherà certamente problemi salutari: invece di fare prevenzione, stiamo incoraggiando aumenti pazzeschi di costi che certamente non saranno equivalenti a quelli del risparmio di non averli mandati prima a lavorare, ma sui quali una società equilibrata, e soprattutto democratica, deve interrogarsi”. Alla lunga, poi, si sommeranno anche i costi pensionistici di una generazione che arriva tardi, o in maniera discontinua, nel mercato del lavoro. E adesso? Come si può rimediare? Secondo Morcellini “se si vuole ridurre il costo per il sistema sanitario, per il sistema welfare e alla lunga pensionistico ci dobbiamo occupare anche di quelli che rischiano di essere messi in mezzo rispetto all’uscita della crisi economica.  Siamo, infatti, abbastanza usciti dalla crisi economica, ma non siamo usciti dalla crisi sociale. Non siamo stati in grado di offrire una risposta ai soggetti più colpiti dalla crisi economica”.

L’APPELLO IN VISTA DELLE ELEZIONI

Passando agli strumenti pratici, e indossando il cappello non di commissario Agcom, ma di ricercatore, Morcellini suggerisce, in vista delle elezioni imminenti e, quindi, del nuovo governo che si formerà, di  “fare sui 30-40enni un’operazione coraggiosa: la prima è quella di alzare il livello d’età per i concorsi pubblici che stanno ripartendo. Non è, infatti, pensabile che la riflessione sui concorsi non si accompagni al ragionamento sul giacimento di dolore e difficoltà che ci lasciamo alle spalle. Occorre cioè alzare l’età in modo che si raggiunga, anche consultando economisti ed esperti del mercato del lavoro, il momento in cui i giovani hanno cominciato a essere non competitivi con i loro genitori, quello è il break even”. Il secondo elemento riguarda le politiche di avvicinamento al lavoro. I giovanissimi sono in un’età in cui possono permettersi un comparativo allungamento dei tempi di attesa mentre non se lo possono più permettere quelli che hanno aspettato da troppo tempo. Non sto cercando di organizzare una rivoluzione tra due diverse fasce di giovani, ma siamo di fronte a un problema di equità sociale. Noi come docenti abbiamo assistito all’ indebolimento comparativo di un pezzo di generazione. Solo se ci accorderemo a livello politico e studi, e qui gioca un ruolo anche l’Istat che ha gli strumenti adatti, su qual è la generazione che più ha pagato la crisi, senza creare una disputa politica, ma  piuttosto una disputa sui dati scientifici, usciremmo da questa crisi rafforzati”.

Ultimi commenti (69)
  • Alessandro |

    Davvero? L’unica alternativa proposta è di alzare l’età per i concorsi? Così torniamo dritti dritti nel loop. Torniamo dritti nel meccanismo che ha creato il loop dal uale vogliamo uscire!
    Io sono tra quelli che appena è iniziata la crisi ha perso il lavoro immediatamente e questo mi ha dato una opportunità, mettermi in gioco autonomamente. Se invece di alzare l’età per i concorsi si facesse qualcosa per incentivare le idee imprenditoriali, che sia una gelateria o un servizio alla persona, si svilupperebbe una percezione del lavoro diversa, dove le persone possono scegliere di fare di una passione una professione perché ci sono degli aiuti, oppure andare a fare un lavoro da dipendente, questo è un futuro che mi piace immaginare non quello catastrofico presentato nell’articolo.

    Un abbraccio da un quarantenne che si è rotto di rimanere nel loop

  • Valentina |

    Io mi sento proprio di far parte di questa fascia e i 40anni li sto per raggiungere a breve, é dall’abilitazione come architetto che cerco di reinventare il mio lavoro giorno dopo giorno e non voglio mollare, ma è sempre più complicato e a volte demoralizzante. Se non amassi veramente il mio lavoro avrei già mollato da tempo, ma non è giusto che uno studia una vita per costruirsi un futuro e poi sentirsi dire, no mi spiace non c’è sbocco per te oppure vedere le porte chiuse ai concorsi perche non hai fatto quel master specifico magari da 10000 euro o siamo indovini o miliardari che si fa un master i ogni direzione cosi magari un giorno troviamo la strada giusta io nel mio piccolo mantengo il mio piccolo ufficio con un piccolo fatturato che copre a mala pena le spese con pochi guadagni sperando di riuscire ad a incrementare il lavoro negli anni facendomi un po di pubblicita.

  • Anna Pennacchietti |

    Ho due figlie di 40 e 38 anni in questa situazione è mi sono sempre chiesta perché nessuno parlava della questione così ben delineata nell’articolo

  • Rosario Vella |

    Da uno che vive all’estero. In Italia occorrono dei cambiamenti, studiare fino al massimo delle lauree per garendirse un posto di lavoro non è la risposta giusta. Occorre flexbililita’, non essere soggetti a contribbuire per una pensione domani. Qui e dove la politica dovrebbe intervenire, rendere tutti liberi di lavorare a secondo le loro visioni, non se non trovi un lavoro non hai diritto alla pensione, le pensione dovrebbero essere assorbite automaticamente dalle tasse con l’eta’ prescritta. In questo modo i concorsi si trasformerebbero aziendale anche tramite agenzie e ne parteciperebbero coloro che ne avessero più di bisogno, si ridurrebbe anche la corsa di un posto non permanente a 1500 km di distanza per un coniugo,che deve anche lasciare un bambino o bambina dietro di se. Vi sarebbe meno disoccupazione, L’agente essendo libera aprirebbe gli occhi di più a self employed e si creerebbero più posti di lavoro. E assurdo che tutti si devono laureare per poter aderire ad un posto di lavoro, c’è anche arte e mestiere e idee di business.

  • antonella dit |

    Sin dai miei 19 anni, viaggio, cambio paesi e posti di lavoro, per scelta. A giungno compio 39 anni. Avendo maturato molta esperienza e cultura riguardo la diversificazione nel gestire la relazione tra lavoro ed istruzione, il problema che denoto in Italia, si lega esclusivamente alla struttura del percorso vitale di un cittadino residente in italia. Il che non vuol dire, essere bianchi, neri etc o avere un passaporto italiano, vuol semplicemente dire avere dei binari da seguire in base alla propria appartenenza. Ho studiato in Italia, sia nel vecchio che nel nuovo ordinamento e comunque analizzando la mutazione del mondo della formazione, ho visto come il lavoro sia completamente dissociato dalla scuola. Dai racconti che postate, mi confermate quanto ho appurato negli anni. Non serve essere plurilaureati, ma serve essere orientati, capirsi, essere aiutati a capire come indirizzare le proprie energie e di conseguenza scegliere per tempo il percorso di formazione. Questo aiuterebbe ad avere meno sbalzi nei numeri, circa ogni professione, vita e livello di soddisfazione del singolo. Tutto questo porterebbe nel complesso a far crescere tutto il Paese. La politica cosa potrebbe fare? Stravolgere il mondo della formazione scolastica e apprendimento in genere, trasformando la scuola fino ai 12anni, in un percorso generico che abbraccia tuuuuuutto quello che si possa imparare sulla terra, poi bisogna passare due anni ad indirizzare lo studente a seconda delle sue energie e competenze, verso un percorso di studi + lungo, oppure verso un percorso di formazione mirato a lavori + specializzati e specifici. In tutto questo ci vogliono nsegnanti che debbano sempre essere aggiornati, aperti, innamorati del proprio lavoro e altamente motivati ad aggiornarsi ogni anno per offrire sempre + stimoli agli alunni. Non servono 500 euro stupidi e chiamare buona scuola una sterile iniziativa qualitativamente degradante se non per il temporaneo benessere di 5 minuti, nelle tasche di un insegnante. Le aziende dovrebbero offrire posti di lavoro molto qualificati, ma anche corsi di formazione per la professione, vale a dire una persona potrebbe offrirsi come risorsa per apprendere uno specifico di lavoro di quella azienda, dunque questa si impegna con un contratto ad assumerlo e formarlo e pagarlo sin dal primo giorno. I dettagli ovviamente non posso elencaril tutti qui, ma in generale la soluziona si trova dietro la porta, ma nessuno la apre questa porta. Altri posti meglio reggenti, hanno un sistema che funziona + o meno in questo modo ed ecco che noi li chiamiamo Germannia, paesi scandinavi francia ecc. Forse non ho i mezzi e pertanto non posso espormi con determinati progetti. Ma vi assicuro che solo la confusione ruba il nostro tempo e se il tempo si collega a denaro , allora… Aggiungo che con questo tipo di struttura, non si avrebbero problemi di eta, chiunque troverebbe lavoro, anche dopo un licenziamento.