Il potere dell’educazione affettiva: la gentilezza come scelta

scritto da il 18 Gennaio 2018

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“Quando ti viene data la possibilità di scegliere se avere ragione o essere gentile, scegli di essere gentile”.

E’ una frase del Dr Wayne W. Dyer, uno psicoterapeuta americano, che continua a ritornarmi in mente, da quando l’ho sentita recentemente nel film “Wonder” (di cui abbiamo parlato anche qui). Scegli di essere gentile. Ne è convinto anche August, il bambino protagonista, affetto da una grave patologia congenita, costretto a subire decine di operazioni e a convivere con un aspetto fisico considerato “non normale”. La famiglia vive con ansia l’inserimento del proprio figlio al primo anno di scuola media, col conseguente dramma, che coinvolge tutti i componenti, della difficoltà di trovare inclusione e accoglienza da parte del gruppo dei coetanei.

Ma cosa è la gentilezza? E a cosa serve? Secondo il dizionario Treccani la gentilezza  è un insieme di atti, espressioni, gesti di amabilità, garbo e cortesia ed è l’opposto dell’insolenza, della prepotenza, dell’impertinenza. Chi è gentile, insomma, mette in atto una serie di comportamenti, nei confronti degli altri che hanno alla base dei sentimenti importanti, come l’altruismo, l’onestà, la generosità e l’empatia. Si parla, oggi, moltissimo di bullismo, di cyber-bullismo e di violenza verbale, oltre che fisica, messi in atto da ragazzini anche di scuola primaria (quindi davvero molto piccoli) nei confronti di coetanei definiti “deboli” o “diversi”, che diventano vittime, spesso silenziose di questo meccanismo pericoloso. Il web rappresenta un mezzo affascinante, e allo stesso tempo subdolo, perché l’insulto, la diffamazione, la calunnia, la “presa in giro” assumono un aspetto più ampio e difficile da arginare.

Certamente le scuole si stanno attrezzando per conoscere, innanzitutto, questi nuovi fenomeni sociali e per porvi rimedio o, quanto meno, per non trascurare quei segni anticipatori, quelle avvisaglie che possono nascere silenziose tra i banchi e in rete. Guardando il film Wonder, ho capito che abbiamo un’altra possibilità, che può sembrare scontata, ma non lo è affatto: il potere della gentilezza.

Ecco, tra le varie possibilità di prevenzione di questi fenomeni, esiste proprio l’educazione alla gentilezza, a quegli atti di cortesia incondizionati, che rendono i rapporti autentici, alla pari, inclusivi. Si può e si deve credere nel potere della gentilezza come arma contro l’ostilità, la discriminazione, l’esclusione, partendo dalla prima infanzia. Non solo le scuole, ma anche le famiglie devono assumersi il dovere di curare in modo particolare l’aspetto affettivo dei bambini, stimolando attraverso l’esempio e attraverso specifiche pratiche educative quotidiane, la propensione all’ascolto, all’aiuto reciproco, alla comprensione dei sentimenti, all’accoglienza delle differenze.

In classe capita ogni giorno l’occasione di educare alla gentilezza: è un lavoro sotterraneo, spesso invisibile, che va di pari passo con l’aspetto didattico. Potenziare l’empatia e avviare alla gentilezza lo si può fare sempre; ad esempio, insegnando ai bambini a lavorare in gruppo, rispettando le idee di ciascuno, oppure attraverso dei giochi guidati in cui ci sia anche la possibilità di prendersi per mano, di fare una carezza al compagno, di abbracciarlo. Ogni giorno bisogna porre un’attenzione speciale alle parole che usiamo con i bambini, al modo in cui noi ci rapportiamo a loro perché dalla capacità di empatia dell’insegnante derivano atti di gentilezza contagiosi, che coinvolgono l’intera classe.

I piccoli alunni cominciano il loro personale percorso di crescita, sia fisica, che morale, emotiva e psicologica. Ogni tassello che poniamo sul cammino, diventa importante perché confluisce nella memoria affettiva, che porterà ciascuno a compiere delle scelte, a prendere delle decisioni, a relazionarsi. Allora, davvero conterà per loro “avere ragione”? Oppure sarà sempre più importante “essere gentili”? La risposta dipende da noi adulti, da come decidiamo di educarli, dall’esempio che riusciamo a dare loro, dal modo in cui siamo capaci di provare empatia, di vivere le differenze come un dono. Proviamoci. Proprio come il piccolo August. Nonostante la sua sofferenza, ha sempre scelto di mettere in atto la gentilezza che, più di ogni altra cosa, gli è servita per creare il suo posto nel mondo, oltrepassando gli sguardi che lo fissavano, le parole che lo ferivano. La forza della gentilezza, che partiva innanzitutto dalla sua famiglia, gli ha permesso di sviluppare la resilienza e di superare le avversità, riuscendo ad essere finalmente felice.

Ultimi commenti (29)
  • Marianna |

    Gentilezza è vivere bene
    Gentilezza è amore per se stessi e gli altri
    Gentilezza è uno stile di vita
    Gentilezza è lo stare bene nella routine quotidiana
    Gentilezza è accogliere ed essere accolti

  • Simone |

    Ciao Mark.
    La storia che hai raccontato non è diversa da episodi che son capitati a me tra le medie e le superiori.
    Non sono d’accordo con quanto hai detto e ti spiego perché.
    La gentilezza deve essere selettiva in base all’ambiente in cui ti trovi.
    Da bambino sei costretto a vivere in ambienti che non scegli e ti possono capitare persone spiacevoli.
    In età adulta è tua responsabilità vivere soltanto in ambienti per te sani. Dove poter essere gentile con tutti e ricevere gentilezza e rispetto da tutti. 🙂

  • Corrado Poli |

    Parteciperò più tardi volentieri alla discussione essendo un tema di cui mi sono occupato “professionalmente” in alcune occasioni

  • Anna |

    Sto insegnando in una scuola media e, dopo aver sentito dei toni particolarmente accesi tra i ragazzi, ho proprio dovuto fare un appello all’uso della gentilezza nei modi e nelle parole. Mi accorgo quotidianamente della mancanza di gentilezza anche fra gli adulti e, se posso, mi ribello… gentilmente, ovvio!

  • Sabina |

    Mark bella testimonianza, non sono per la violenza, ma dato che i tuoi prof non ti hanno aiutato, hai fatto bene a comportarti così