Startup: quando il cofounder è un fake inventato per essere prese sul serio

scritto da il 05 Settembre 2017

 

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Il tema delle donne che si travestono da uomini per accedere a un universo maschile socialmente proibito è ricorrente nei romanzi e nei film. Ma che nel mondo delle startup si arrivasse a inventare un cofounder uomo per essere prese sul serio, questa è una notizia. E’ l’espediente a cui sono ricorse Penelope Gazin e Kate Dwyer, due startupper americane che l’anno scorso hanno fondato una società chiamata Witchsy, un markeplace online per la vendita di oggetti d’arte non convenzionali, con soggetti eccentrici e anche osceni, una sorta di Etsy in versione dark.

Le due hanno iniziato l’attività con un auto finanziamento di poche migliaia di dollari e nel primo anno di attività hanno fatturato circa 200mila dollari. I problemi sono iniziati quando hanno cercato di far crescere l’impresa, anche solo dal punto di vista della tecnologia. Difficilmente gli sviluppatori, tendenzialmente uomini, rispondevano alle mail e se lo facevano, l’impressione era che si trovassero di fronte a due hobbiste piuttosto che a due imprenditrici.

Da lì l’idea di inventare un terzo cofondatore, un uomo, che hanno chiamato Keith Mann.Le cose cambiarono dal giorno alla notte. Keith non solo otteneva subito la risposta, a lui si rivolgevano per nome invece che con un generico “ragazze” e a lui chiedevano anche se avesse bisogno di altro“, hanno raccontato a Fast Company. Nel frattempo, le due imprenditrici hanno ricevuto un finanziamento da Justin Roiland, co-autore della serie di cartoons Rick and Morty, che sta sviluppando per loro una linea di oggetti esclusiva. Questo fatto racconta una sorta di humus, difficilmente codificabile, e qualcuno potrebbe anche trovarci una trovata pubblicitaria o di marketing. Peccato che sia invece l’anticamera di comportamenti ben più circoscrivibili, documentabili e analizzabili, come racconta un recente articolo pubblicato dalla Harvard Business Review. Lo studio, condotto da ricercatori della Columbia University e della Wharton School of Business, esplicita alcune dinamiche sottostanti al ben noto gap tra l’entità dei finanziamenti che ricevono startupper e imprenditori uomini e la controparte femminile.

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Il gap avrebbe origine già nelle domande che gli investitori pongono. L’osservazione delle interviste che si sono svolte dal 2010 al 2016 durante il TechCrunch Disrupt New York City ha mostrato che gli investitori tendono a rivolgere agli imprenditori uomini domande focalizzate sulla promozione/positività del proprio business e alle imprenditrici domande che ne evidenziano i rischi. Le risposte tendono a essere omogenee rispetto a quella impostazione e quindi chi parte “in difesa” parte già svantaggiato sul buon esito dell’investimento. I ricercatori hanno dimostrato che rompendo questo schema, e quindi dando risposte “positive” a domande che invece si focalizzano su aspetti potenzialmente negativi, come i rischi di un business, gli intervistati hanno maggiore probabilità di ottenere l’investimento.