Marina Salamon: solo le aziende in cui “la gente sta bene“ potranno vivere a lungo

scritto da il 16 Febbraio 2017

marina_doxa_okNon amo teorizzare,  per cui proverò a raccontare la mia “ idea d’ impresa “ attraverso alcune storie concrete.

marina2Ieri,  mentre lavoravo in una nostra azienda, ho incontrato in un corridoio una studentessa di 18 anni, stagista per pochi giorni da noi, che sperimentava i nuovi programmi ministeriali di “alternanza scuola-lavoro”,  che richiedono agli studenti degli ultimi anni di liceo un’ esperienza aziendale di 40 ore. Ho avuto il desiderio di parlarle, di capire il suo sogno futuro, e come percepiva il suo rapporto con il lavoro. Era intelligente, tenera e un po’ spaventata rispetto alle sue prossime scelte universitarie: cinese, arrivata in Italia a 4 anni, mi interrogava su quali sarebbero state le professioni di domani.Grazie a lei, mi sono ricordata di quando, a 23 anni, mentre ero ancora una studentessa anch’io, avevo fondato l’impresa in cui ora lei sta. Sognavo, allora come oggi, un mondo ideale in cui le aziende fossero un luogo di costruzione di progetti, di condivisione, di incontri umani, di crescita umana e professionale delle persone, di realizzazione individuale e comunitaria.
Mentre scrivo, 35 anni dopo quell’inizio, so bene che ciò non è stato sempre vero, e oggi lo è raramente. Nella mia storia di imprenditrice, in questi anni, anch’io non ho potuto o saputo mantenere sempre vivo questo sogno. Per molti anni, mi ero illusa che quasi tutti gli imprenditori e i manager desiderassero, davvero, costruire ambienti positivi per i loro stakeholders, a partire dai collaboratori (non ho mai amato e non uso il termine “ dipendenti”). Oggi, percepisco intorno a noi timore e scetticismo crescente, anche su questi temi. Eppure, a costo di sembrare un’adolescente lontana dalla realtà, credo che solo le aziende in cui “la gente sta bene“ potranno vivere a lungo, perché solo esse sapranno sperimentare autentica innovazione di prodotto e di processo, coinvolgendo tutti coloro che in esse operano. Non basta: avranno futuro solo le aziende che sapranno costruire valore nel tempo, e non solo risultati economici di breve periodo, a favore di coloro che le guidano. Questo è il primo passaggio fondamentale dell’etica applicata alle imprese: l’etica al centro, e non certo per ssere buoni, ma perché è più intelligente, oltre che giusto, farlo.
Un altro punto fondamentale del mio sogno di impresa positiva è la coerenza morale dei capi, manager e/o azionisti. Anche qui, trovo che l’arroganza, la mancanza di sobrietà (show-off), l’incapacità di ascoltare e/o comunicare con i collaboratori, siano imperdonabili. Ancora peggio, segnalano la fragilità umana e l’insicurezza di chi guida senza esserne degno. In qualche modo, penso che ogni leader, in azienda,  porti con sé una responsabilità educativa, simile a quella di un genitore o di un fratello maggiore. Per me, che sono stata a lungo scout, un capo azienda che non identifica il potere con il servizio, non ha capito molto del suo ruolo.
Nel tempo, attribuisco un’importanza sempre maggiore alla capacità di “ fare squadra “ intorno a sé, e alla grande differenza fra l’autorevolezza e l’esercizio del potere. Le aziende sono diventate, negli ultimi anni, il più importante luogo di socialità delle nostre vite. Hanno, in pratica, sostituito molti altri luoghi di vita condivisa. In parallelo, le famiglie sono diventate sempre più piccole. Quindi, anche se imperfette e non destinate a ciò, in origine, le aziende sono diventate, di fatto, piccole o grandi comunità.
E questo pensiero mi porta ad Adriano Olivetti, che ho studiato e ammirato tanto, fin dai miei primi anni di giovane imprenditrice. Nei suoi scritti, le Comunità urbane avrebbero dovuto “possedere” almeno una fabbrica di medie dimensioni. Queste fabbriche (o aziende in senso lato, come potremmo definirle nell’era digitale…) non avrebbero dovuto essere nè private nè pubbliche, ma socializzate, cioè di proprietà mista. I consigli d’amministrazione sarebbero stati composti da manager, rappresentanti dei lavoratori, della Comunità e degli istituti culturali. Le aziende non avrebbero rischiato di indebolirsi per questo, perché manager scelti con rigore e meritocrazia avrebbero avuto la responsabilità degli investimenti produttivi, mentre i profitti eccedenti sarebbero stati reimpiegati per il bene della Comunità. Fabbriche e uffici sarebbero stati “aperti alla luce e rallegrati da fiori ed alberi”. Le scoperte della scienza avrebbero reso il lavoro nè troppo lungo, nè faticoso. Coloro che facevano parte di un’ azienda avrebbero avuto chiaro il senso ed il valore del proprio lavoro, poichè partecipavano realmente ad essa ed eleggevano propri rappresentanti nel governo dell’ impresa stessa e della Comunità.
Non credo che il pensiero di Adriano Olivetti sia superato. Gli imprenditori che scelgono di trasferire gran parte del proprio patrimonio ad una fondazione non profit ( Gates, Buffett, Zuckerberg ) attuano il desiderio di dar vita, anche se in modi diversi, un’impresa di responsabilità sociale.  “Yes,  we can“ era il primo, magnifico slogan di Barack Obama…
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Ultimi commenti (106)
  • iole sardu |

    Ecco come dovrebbero essere tutti gli imprenditori, prendete esempio! Onestà, intelligenza, amore per il prossimo! Ci vuole così poco! Complimenti !Le auguro lunga vita e che il suo far bene, sia di insegnamento .a chi con le sue imprese , vuole solo arricchirsi alle spalle del povero operaio che deve lavorare per sopravvivere .Umilmente accolga un mio abbraccio!

  • Silvia |

    Condivido il suo messaggio ma vorrei aggiungere che non possiamo lasciare soli questi manager ‘non educati al rispetto e all’intelligenza emotiva’. È preciso compito, oltre che piacere, accompagnarli verso un nuovo modello di leader e non più manager dispotico (come veniva inteso in passato e purtroppo ancora interpretato dalla maggioranza dei vertici aziendali). Sanzionare comportamenti non allineati ai valori e codici etici di cui sono pieni i siti aziendali è obiettivo comune, tanto quanto quello finanziario. Quando avremo convinto i nostri stakeholders ad agire con prontezza contro immoralità, scorrettezze e ripicche infantili? È tutto molto evidente, compresa la mancanza di volontà da parte della direzione.

  • Alessandra bocchi |

    Ho frequentato, in qualità di cliente, un’azienda della Sig.ra Salomon. Non so perché ma non ho mai “respirato” nulla che rispecchi gli alti e i nobili propositi espressi. Mensa? Una stanzetta senza finestre con microonde. Angolo pausa? Un distributore di bevande calde.-fredde con un cartello ben in vista “chiediamo ai dipendenti di non sostare troppo a lungo . In casi contrario l’azienda si vedrà costretta all’eliminazione dell’angolo ristoro”. Socialità nelle aziende? Comunità? Coerenza morale? Yes we Can????
    I fatti…non le parole.
    Alessandra

  • Massimo |

    Uno splendido articolo che esprime una visione dell’Azienda che condivido in pieno.
    Una frase che non è in grassetto mi è piaciuta:
    “un capo azienda [tralascerei anche azienda e generalizzerei con un responsabile] che non identifica il potere con il servizio, non ha capito molto del suo ruolo” [direi nulla per come la penso io]
    Mi auguro di trovare, prima o poi, un’azienda anche solo vicina a quanto descritto dalla Signora Salomon. Immagino già quanto sarebbe bello lavorarci.

  • Franco Burattini |

    Non si può che essere d’accordo con le parole della signora Salomon, che mi vorrei definire “delicatamente affettuose” ;certo abbiamo esempi come quelli di Olivetti e sicuramente di altri imprenditori italiani che considerano il Ben Essere del collaboratore fondamentale alla “salute” non solo dell’azienda ma in senso decisamente più largo; ho trascorso tutta la mia vita professionale in prevalenza nella sanità pubblica e negli ultimi anni ho visto spegnersi molti entusiasmi soprattutto non alimentati da nuovi, spero che menti illuminate come la sua, possano proliferare e che sia possibile ritrovare entusiamo passione e ovviamente risultati a 360°. Grazie e complimenti signora Salomon