#Duedidue: imparo la mia nuova vita grazie al tumore

scritto da il 13 Febbraio 2018

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Foto di Franco Covi

Duedidue. Da sostituire entrambe, pronti via. O meglio, una da sostituire, una, quella ancora autentica, da aumentare per simmetria. Eppure io ci ero affezionata alla mie tette, una prima abbondante, sia chiaro, forse a volte mi accorgevo solo io che c’erano. Ma facevano quello che dovevano fare. Per il mio lavoro, poi, erano l’ideale. Perché quando danzi, il tuo corpo è una matita che disegna figure a ritmo di musica. Le note bisogna sentirle dentro e tradurle in movimento per te e per chi ti guarda, e se sono leggere, devi saper volare.

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Foto di Franco Covi

Il mio seno era giusto per me, perché era come non averlo. Niente rimbalzi mentre atterri dopo un salto, insomma. Niente curve fuori posto a rendere barocco il rigore del corpo che diventa un pennello nelle mani di altri. Quando mi hanno detto che era tumore maligno e che sarebbe stato meglio togliere tutto, ho pensato che mi avrebbero comunque lasciato l’essenziale. Avevano già allattato due splendidi figli. Duedidue. Avevano amato e chi mi ama adesso non ha bisogno di loro.

Siamo duedidue anche senza tette. Quelle vere intendo, perché adesso le ho comunque, protesi di lattice sotto la pelle che è ancora la mia. Ho qualche curva in più, incredibile, e se mi va gioco a fare la sexy. Che poi un personaggio in più da recitare è tutto quello che chiedo, io che adoro lavorare nei musical. Sono la mia passione da sempre, da quando ho iniziato a studiare danza, ma non mi bastava, volevo la recitazione, volevo il canto.

Non mi sono mai fermata. Neanche quando, all’inizio delle cure, mi hanno detto riposati. Dire riposati a una persona malata di tumore è come dirle muori. Fare le prove con i miei alunni, anche quando lo senti che stai in piedi solo perché lo vuoi, è vivere. Andare a prendere i miei figli a scuola mentre mi vengono le scalmane indotte dalla pillole per evitare recidive, è vivere. Sono viva e non mollo e ringrazio di essere qui ancora a parlare, ridere, urlare con i miei figli. Io non combatto, io imparo questa nuova vita che per me è un regalo, come fanno tante altre donne che incontro per i controlli periodici all’Istituto dei Tumori di Milano. Ci guardiamo, ci capiamo e non c’è niente da aggiungere. Siamo normali. Siamo allegre. Siamo tristi. Siamo disciplinate. Siamo coraggiose. Siamo in trasformazione. Stiamo, sempre, ballando.

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Foto di Franco Covi

Ultimi commenti (8)
  • Paola |

    Grande grande Franci, sei nei nostri Paola e Gino

  • Rita |

    Quando le parole sono le parole di un Maestro non c’è niente da aggiungere se non elevare un plauso a tanto mirabile coraggio. Ogni bene. Rita

  • Gabriella Murgia Venier |

    Non mi sono mai fermata. Neanche quando, all’inizio delle cure, mi hanno detto riposati. Dire riposati a una persona malata di tumore è come dirle muori.
    Troppo vero. Anch’io ho continuato a lavorare come prima,e più di prima. Le cicatrici mi hanno devastata esteriormente ma mi hanno fortificato.

  • Carla |

    Sono senza parole sai cosa penso …anche un solo respiro è vita ! So che significa prendere la vita a pugni tu lo sai fare con dolcezza. Sei una grande e punto ! E come dice il poeta tetta nuova vita nuova..o no ?

  • Guendi |

    Ed è per questo che Francesca Varagnolo è “LaVaragnolo”!!:) grazie Maestra. Non insegni solo quando danzi, e non insegni mai solo danza, insegni davvero anche a stare al mondo per osmosi!!