Xennials, inventarsi un lavoro che ci renda felici

scritto da il 05 Dicembre 2017

 

 

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Un tempo la questione era molto semplice: una persona poteva lavorare oppure no. Al massimo ci si poteva spingere a categorizzare se la tal persona aveva un buon lavoro oppure no, laddove il “buon lavoro” rispondeva a criteri prevalentemente di prestigio sociale o di sicurezza contrattuale, come il lavoro pubblico. Oggi, nel 2017, la situazione è tremendamente complicata, parcellizata, sfaccettata. In principio è stato il lavoro precario, poi il lavoro a chiamata, poi la partita iva ma con orari da ufficio, poi molti si sono resi conto che tanto valeva mettersi in proprio, qualcuno ha scoperto di poter arrotondare con la sharing economy e la gig economy e da qui tutti travolti nel turbine dei coworking e dei lavoratori incategorizzabili. Qualcuno ha continuato a navigare nelle acque sicure dei lavori a contratto, e tra costoro possiamo comunque rinvenire un gruppo di persone a cui comunque il contratto non basta. Ad un analista superficiale (e anche un po’ in malafede) potrebbe sembrare che questi ragazzi “non abbiano voglia di lavorare” se non sono contenti di fare un lavoro qualunque purché portino a casa la pagnotta, come si soleva dire. La verità è un po’ più complessa e va cercata dentro alla definizione di un termine ormai sdoganato: Xennials. Un gruppetto generazionale che è una crasi tra la Generazione X e i Millenials. Non sono né l’uno né l’altro, ma sono entrambi. Professionisti, iperformati, cresciuti col mito che studiando avrebbero potuto fare qualunque cosa. Per poi scoprire, superata la soglia dei 30 anni, che il mondo del lavoro non era così disposto ad accogliere e valorizzare le loro capacità o ambizioni. Di fronte allo scontro con la realtà alcuni si sono per così dire persi, abbandonando un curriculum interessantissimo in qualche cartella dell’hard disk mentre il lavoretto cominciato per arrotondare si trasformava inesorabilmente nella loro professione full time. Baby sitter laureati in statistica, camerieri con dottorato di ricerca in biologia, ne abbiamo una carrellata amaramente divertente nei personaggi del film di Sibilia “Smetto quando voglio”. Molti altri hanno cambiato totalmente vita, aiutati magari da un evento catalizzatore che ha messo sottosopra le loro (in)certezze, come un terremoto.

 

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Emilia Romagna, 2012. Il terremoto in questione ha distrutto molte attività commerciali, oltre alle case di alcuni cittadini. Claudia e Rachele sono due amiche, un avvocato che lavora nell’ufficio legale di un’azienda modenese e una laureata in beni culturali che fa l’operaia tessile. Da tempo stanno fantasticando sul cambiare vita, il loro lavoro non le soddisfa. Dopo il terremoto vengono a sapere che a Cavezzo, tra gli esercizi commerciali riaperti nei container in piazza grazie all’iniziativa dei commercianti stessi, manca il fiorista del paese, che ha deciso di non riaprire. A Cavezzo desiderano tornare alla normalità e ci tengono molto a riavere il fiorista. Claudia e Rachele, in due giorni e mezzo, prendono la decisione e costituiscono la loro società. Riapriranno loro il negozio. Se c’è una cosa che hanno imparato da quella che ormai è la loro vita precedente, è studiare. Così si iscrivono al corso di Federfiori, lo frequentano in Liguria, nei finesettimana, e con metodo e determinazione costruiscono una nuova professione.

Il loro negozio ora non sta più nei container. Hanno uno spazietto appena fuori dal centro, un gioiellino di piccole cose belle, non solo fiori. Colpisce subito, entrando, la ricerca e la coerenza nel proporre ai clienti oggetti di design e arredamento. Sono diventate un punto di riferimento nella regione e anche fuori, per la cura con cui allestiscono eventi privati come matrimoni. Chiedo a Claudia quanto è cambiata la sua vita adesso: “In modo incredibile. In questi anni ho avuto due bambini. Rachele e io siamo amiche, come sorelle, ci aiutiamo e sosteniamo nella quotidianità lavorativa e famigliare. I miei bimbi di giorno stanno all’asilo e poi coi nonni, ma lavorare in proprio mi permette di prendermene cura quando hanno bisogno di me, sento una libertà nella gestione del mio tempo che in azienda non avrei mai avuto” risponde. Certo capita che non veda i suoi bimbi nei fine settimana in cui è impegnata fuori città per un matrimonio. Ma ora è felice, prima non lo era.

Può la felicità essere una discriminante nella scelta di un lavoro? In una società sana non dovremmo neanche porci una domanda del genere. Ma questa piccola cellula generazionale, cresciuta col pessimismo del grunge e diventata adulta con l’ottimismo dello sviluppo tecnologico, forse ha da dire qualcosa di nuovo ed estremamente concreto a riguardo. In tutto questo parlare di innovazione sociale forse vale la pena ascoltare anche queste voci.

 

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