Musica tra le sbarre: Giulia Mazzoni incontra le detenute di San Vittore

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Il primo gesto che Giulia Mazzoni ha fatto non appena entrata nella sezione femminile del carcere di San Vittore è stato tentare di aprire una porta. “Qui le porte non si aprono”, l’ha rimproverata però un agente, facendole così capire che tutto ciò che per lei era normale e scontato lì dentro non lo era. Non era scontato, per esempio, vedere un cielo tutto intero perché l’unico blu che si scorge dalle celle e quello mutilato dalla sbarre nere. “Entrando in carcere – rivela – mi sono resa conto che lo spazio e il tempo lì dentro hanno una dimensione diversa a cui si fatica ad adattarsi anche se ci si resta, come nel mio caso, solo per poco tempo”. Nel caso di Giulia Mazzoni, 28 anni, pianista italiana che unisce tradizione classica e musica pop, si è trattato di alcune ore passate con le detenute che fanno parte del coro gospel ‘Oltre le mura’, un progetto promosso da Auser Regionale Lombardia.

Come è nato questo incontro?
Mi è stato proposto da Sara Bordoni, la responsabile del coro femminile del carcere di San Vittore che conosceva il mio ultimo lavoro (Room 2401) e aveva pensato che il tema potesse essere interessante per le detenute. A dire il vero, in origine, ero stata contattata per fare un concerto (che si farà all’inizio del prossimo anno) ma ho chiesto di poter incontrare prima le detenute per conoscerle e avvicinarmi a loro.

Com’è stato l’incontro con le detenute?
Devo dire che all’inizio c’era un po’ di tensione e qualche imbarazzo ma è stata una delle esperienze più forti delle mia vita.

Che cosa ti ha colpito?
La prima cosa che ho notato entrando nell’area del carcere vero e proprio è che si vedono solo sbarre e pezzetti di cielo. Un cielo che, almeno io, ho guardato subito con un occhio diverso perché la sensazione, anche per chi come me era solo in visita, è quella di sentirsi prigionieri.

Che ti impressione ti hanno fatto le detenute che hai incontrato?
La più varia. Avevano tra i 23 e i 40 anni ma mi hanno detto che lì sono rinchiuse anche ragazze molto più giovani. Una di loro, che avrà avuto al massimo 35 anni, mi ha raccontato che deve stare lì dentro per altri 9 anni e che la cosa più difficile da sopportare è la solitudine e la nostalgia dei propri cari che diventa ancora più insopportabile quando le persone lontane sono i propri figli.

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Che cosa avete fatto durante l’incontro?
Abbiamo incominciato facendo un gioco: ho suonato alcuni miei brani tratti da Room 2401 e ho chiesto loro che sensazioni gli suscitavano. C’è stata chi, per esempio, ascoltando il brano “Piccola luce” immaginava di vedere due persone innamorate. Mentre qualcun’altra ha confessato che la musica gli faceva pensare a una camminata sulla spiaggia. Devo dire che il disco si presta bene all’esercizio perché la stanza che dà il nome alla raccolta parla di un luogo chiuso in cui si fa i conti con le proprie paure ma anche con la propria voglia di ricominciare.
Le detenute hanno poi cantato, a loro volta, alcuni brani, tra cui Imagine di John Lennon.

Che cosa rappresenta per loro la musica?
La musica gli fa ricordare la libertà e il fatto di essere degli esseri umani con una vita, un carattere, una personalità. Quando si fa musica non esistono, infatti, buoni o cattivi ma solo anime e sentimenti.