Milano sempre più arcobaleno: nel 2020 la convention internazionale del turismo LGBT

scritto da il 11 Settembre 2017

 

milano-gay

Dopo Toronto nel 2018, e New York City nel 2019, nel 2020 sarà probabilmente una città italiana ad ospitare la convention internazionale del turismo LGBT: Milano.

La notizia arriva via tweet dall’account ufficiale del Comune: “Milano si candida a ospitare nel 2020 l’incontro dell’International Gay and Lesbian travel association”.

Un comunicato stampa spiega meglio di cosa si tratti: organizzato ogni anno dall’ILGTA (International Gay and Lesbian travel association) è un evento con “centinaia di imprese turistiche e istituzioni pubbliche internazionali provenienti da oltre 80 Paesi nel mondo,  per una convention che apre Milano al business dei viaggi LGBT”.

salaLa candidatura, frutto di una collaborazione tra il Comune e l’Associazione italiana del Turismo Gay & Lesbian, con il supporto del consolato Usa, fa di Milano la città più impegnata ed attenta d’Italia alle esigenze della comunità LGBT non più solo nazionale, ma anche internazionale. Una conquista che si deve all’impegno degli ultimi due sindaci (Pisapia ieri e Beppe Sala oggi) e delle ultime due giunte scelte dai cittadini. Ma non solo, perché a fare di Milano la “città dei diritti” (come viene spesso definita) è anche la presenza di una comunità LGBT pronta ad impegnarsi su più livelli. Le iniziative vanno dalla creazione di una zona per la movida sempre più attiva (Via Lecco e il quartiere di Porta Venezia), agli eventi culturali irrinunciabili per la città da anni (Il Mix, Festival internazionale di cinema gaylesbico), fino all’impegno per l’integrazione, accoglienza e rivendicazione dei diritti (il Milano Pride e tutti gli eventi ad esso collegati, il patrocinio e sostegno dato ogni anno dal Comune con la presenza del Sindaco in corteo, la Casa dei Diritti, la prossima apertura di due punti per accogliere i ragazzi gay buttati fuori di casa dalle famiglie, e tanto altro).

Un’amministrazione attenta e ricettiva delle tematiche LGBT, e una comunità pronta a stimolarla impegnandosi in prima persona, sia attraverso l’associazionismo che con dei propri rappresentanti all’interno dei partiti e delle istituzioni pubbliche: in sintesi questo è il senso del radicale cambiamento di una città che oggi ha una vocazione gayfriendly europea ed internazionale, simbolo dell’arricchimento che possono dare l’integrazione e il rispetto delle diversità. Cambiamento che Milano spesso ha anticipato e in qualche modo stimolato in generale anche su scala nazionale. E speriamo sia così anche per il turismo LGBT ospitando la Convention internazionale del 2020.

E’ fresco di questa estate il botta e risposta tra il settimanale Vogue e il Ministero dei Beni Culturali. A luglio il giornale pubblica una lettera aperta indirizzata al Ministro Franceschini: denuncia la totale assenza di una strategia nazionale di comunicazione rivolta ai 35 milioni di potenziali turisti gay che potrebbero visitare il Bel Paese (a differenza di quanto fanno ad esempio altre nazioni europee, Spagna e Inghilterra in testa). In più, chiede l’istituzione di un LGBT Marketing Manager, (così come consigliato dall’agenzia dell’Onu World Tourism Organization). Il guadagno, sottolinea Vogue in conclusione, sarebbe sensibilmente economico, oltre che etico.

La risposta arriva per mano dell’Onorevole Dorina Bianchi, Sottosegretario al Turismo: una serie di luoghi comuni senza alcun impegno pragmatico (Italia Paese di bellezza, museo a cielo aperto, siti patrimonio dell’Unesco, meta dei gay durante l’ottocento, eccetera eccetera). Una spiegazione che, riguardo la tematica del turismo LGBT, dopo l’elenco di piccole realtà locali (imparagonabili alla potenza e all’offerta di altre mete turistiche europee) glissa la critica del giornale e la richiesta di nomina di un LGBT Marketing Manager così:

“siamo all’ottavo posto come Paese più gay friendly. Del resto, chi non ha mai sognato di trascorrere la stagione delle vacanze in uno dei più bei Paesi del Mediterraneo? Dunque, posso dire con estrema soddisfazione che siamo attenti a ogni esigenza, senza distinzioni. L’Italia è unica e per questo è la meta ideale per tutti.”

A mostrare la fondatezza della tesi di Vogue e lo scollamento del “tutto va bene” del Ministero con quella che è la (triste) realtà nazionale, ci ha pensato (casomai ce ne fosse bisogno) l’estate 2017, costellata da molti, troppi episodi di violenza e discriminazioni omo-transfobiche, la cui eco, all’estero, non ha sicuramente invogliato possibili viaggiatori.

Secondo lo studio LGBT2030 condotto dalla società di consulenza Out Now, il turismo arcobaleno a livello globale vale almeno 211 miliardi di dollari all’anno, più di 175 miliardi di euro. Quello italiano invece si aggira appena attorno ai 2,7 miliardi, ed è perlopiù un turismo interno. Eppure, nonostante i numeri, e nonostante tutte le ricerche mostrino come ad influenzare la scelta di questi viaggiatori sia la presenza di campagne nazionali dedicate alla sponsorizzazione di località gayfriendly, al momento solo Milano sembra avere iniziato a comprendere l’importanza di avere una strategia di comunicazione e servizi diretta al turismo LGBT internazionale. Lo dimostrano, oltre alla candidatura per ospitare la convention nel 2020, le parole usate dallo stesso Comune per motivare questa decisione:

“Promuovere il capoluogo lombardo anche come destinazione gay friendly fa parte di una strategia di sostegno alle attività di internazionalizzazione e del posizionamento di Milano nel mercato turistico globale.

Secondo una ricerca di Sonders&Beach e Eurisko, il viaggiatore LGBT è un big spender e un opinion leader capace di lanciare nuove tendenze; è, dunque, un turista con reddito superiore rispetto alla media, con formazione scolastica universitaria (39% contro il 13% della media italiana) e che per il 29% ricopre posizioni lavorative manageriali. I viaggiatori LGBT, per affari o per piacere, effettuano in media quattro viaggi l’anno. L’Italia si colloca al primo posto come meta desiderata, ma poi scende al quinto tra le mete effettivamente scelte perché considerata poco gay friendly e con meno servizi dedicati rispetto ad altre destinazioni europee.

Milano intende, dunque, presentarsi come esempio di città modello dell’inclusione anche in campo turistico, aprendo a nuove opportunità di business per il tessuto imprenditoriale locale proprio attraverso l’apertura al mondo e alle esigenze emergenti.”

Non c’è altro da aggiungere. Sostituite “Italia” a “Milano”, ed avrete l’analisi e la risposta che il Ministero dei Beni Culturali avrebbe dovuto fornire a Vogue e a tutti quei turisti LGBT, italiani e stranieri, che, pur desiderandolo, ancora oggi purtroppo non scelgono questo Paese come meta per le loro vacanze. Semplicemente perchè non si sento bene accolti. Una perdita di visibilità internazionale, guadagno economico e culturale importante, ma di cui finora solo il giornale e Milano sembrano essersi accorti. E che anche la redazione di Vogue Italia sia a Milano, forse, non è proprio un caso.

Ultimi commenti (1)
  • francesco artioli |

    Ma Dell’Acqua non ha niente di meglio da fare che supportare le prepotenze di questa lobby che vuole etichettare ogni aspetto della nostra vita in funzione dei propri orientamenti sessuali? cosa non si fa per farsi conoscere e per soldi … “pecunia non olet”