Perché ci piacciono i cattivi?

scritto da il 10 Agosto 2017

darth-vader-star-wars-movie-hd-wallpaper-1920x1200-999x624Buoni o cattivi? La scelta non è così facile. Se nella vita (quasi sempre) scegliamo persone che ci piacciono anche dal punto di vista morale ed etico, quando si tratta di fiction il fascino del cattivo prende il sopravvento. Perché il merchandising di Star Wars privilegia Darth Vader? E perché in una serie cult come Breaking Bad inevitabilmente ci ritroviamo a tifare per Walter White? Cosa ci attrae del lato oscuro? Certamente le serie tv degli ultimi anni su questo aspetto hanno molto lavorato, e di personaggi dalla dubbia moralità ne hanno creati molti, tutti di grandissimo successo. E non è un caso, come ci dicono anche le ricerche sul campo.

Uno studio del Dipartimento di Psicologia dell’Università Bicocca, per esempio, ha mostrato che si ricordano meglio e con maggiore precisione i volti delle persone cattive. Mentre, riguardo ai personaggi delle fiction, una ricerca realizzata da Matthew Grizzard dell’Università di Buffalo, che riprende anche studi passati iniziati dagli anni ’70 ha cercato di capire perché gli spettatori siano attratti da personaggi che si comportano male. Uno studio utile sia per capire che tipo di relazione abbiamo con i personaggi narrativi, sia per migliorare l’efficacia dei personaggi creati dalla fantasia degli autori. Secondo gli autori, la moralità conta: la prima tendenza è quella di parteggiare per i buoni e non per i cattivi. Ma non basta e, come sempre, la realtà è più complessa.

breaking_bad_21Per esempio, la ricerca ha messo in evidenza  che non è solo il comportamento a distinguere i buoni dai cattivi nella percezione dello spettatore, indagando per esempio l’aspetto dell’eroe e dell’antagonista o le reazioni di chi guarda rispetto al contesto o alle azioni degli altri personaggi. In più, come evidenziato anche in alcuni studi precedenti, la competenza, le abilità e le capacità dei cattivi fanno la differenza: se anche la moralità non è proprio delle migliori, l’intelligenza e l’abilità ci attraggono (pensiamo alla bravura di Walter White nella produzione di metanfetamina). Altro elemento: il contesto. Se il cattivo vive in un mondo di cattivi, in qualche modo deve salvarsi. La sua è una reazione a un contesto ostile. E forse, in questo senso, l’identificazione non è così difficile per lo spettatore. Senza dimenticare che nella fiction possiamo permetterci di apprezzare quello che nella vita reale non accetteremmo mai, in noi stessi o negli altri: un po’ come se l’ammirazione del malvagio possa veicolare un po’ del nostro lato oscuro, senza danni per noi e la nostra quotidianità.

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Un altro aspetto ancora è quello della fragilità: da sempre i cattivi non sono cattivi e basta. La loro è una storia che nasce dal dolore e dalla sofferenza: pensiamo per esempio alla strega della Bella addormentata nel bosco e alla rivoluzione di Maleficient, dove anche per la Disney i cattivi non sono più tagliati con l’accetta come era agli albori. E’ quindi la complessità ad essere la chiave di volta, che rende più credibili i personaggi e più facile l’identificazione. Complessità che rispecchia quella dell’essere umano, mai fatto di bianco e nero ma di una ricca palette di sfumature di grigio. E, tutto sommato, avere a che fare col proprio lato oscuro in qualche modo non può che essere salutare, per accettarlo e integrarlo nella propria personalità. Parola di Darth Vader, alias Anakin Skywalker.