Beni culturali: non basta ricostruire e restaurare, i monumenti devono saper parlare

scritto da il 04 Novembre 2016

Elena Croci“Un bene culturale deve evolversi per essere utilizzato nella sua duplice valenza, estetica e funzionale”. Ad affermarlo è Elena Croci, docente in marketing culturale all’Accademia di Belle Arti di Brera e fondatrice della società Comunicazione Culturale. “Il recupero del bene culturale è, ovviamente, un’operazione primaria ma poi occorre far comunicare qualcosa di silente in maniera attiva, soprattutto grazie alle potenzialità dei moderni strumenti tecnologici. Per farlo è fondamentale radicare un sentimento identitario nelle popolazioni locali. Perché si è parlato tanto di Palmira? Perché i siriani hanno vissuto direttamente a contatto con quel monumento, mentre ci sono altre situazioni in cui esiste uno scollamento tra la gente e i siti culturali. È qui che è necessario intervenire con un lavoro di coinvolgimento della popolazione, un lavoro di comunicazione culturale”.

crociElena Croci è stata consulente sul campo dell’Esercito Italiano per la catalogazione del patrimonio artistico-culturale di Herat e dell’Afghanistan Ovest. “In quel paese si è presentata una situazione molto diversa da quella siriana. Insieme alla ricostruzione, bisognava aiutare la popolazione a creare una relazione identitaria, non solo con una moschea, ma con tutti gli altri monumenti presenti sul territorio. Un monumento silente non dà un senso di identità, farlo parlare significa offrire a quel paese l’opportunità di creare anche un importante indotto economico legato alla fruizione del turismo culturale. Quello che, ormai da anni, sta facendo l’Egitto. Per questo occorre coinvolgere la popolazione, spiegargli come utilizzare quel bene e come, attraverso di esso, dar vita a opportunità di lavoro a lungo termine. In Afghanistan, per esempio, la fortezza di Alessandro Magno era chiusa per motivi di sicurezza. Si trova al centro della città, fiancheggiata da una via che porta al mercato. Dopo trent’anni di guerre, la gente non sapeva nemmeno cosa fosse. In quel caso abbiamo dato vita a un progetto di comunicazione iconografica con una serie di cartelli esplicativi lungo la via posti ad altezza burqa, sia per la bassa capacità di lettura sia perché sono le donne con i bambini ad andare al mercato. Dopo un po’ di tempo hanno iniziato a fermarsi e a guardare cosa ci fosse”.

Anime di materiaElena Croci ha lavorato anche in Libia, a Bengasi, e ha portato in Italia le sculture di Ali Wak Wak: elmetti, armi da fuoco, munizioni e utensili bellici trasformati in figure antropomorfe e zoomorfe. Ne è nata l’esposizione Anime di materia” al Vittoriano, di cui è stata la curatrice. “L’obiettivo era quello di iniziare una nuova comunicazione culturale tra i due paesi con iniziative che prevedevano anche corsi sul turismo culturale. Poi, purtroppo, è scoppiata la guerra civile e le opere sono rimaste in Italia”.

 

azerb_thumbnailA Milano, in occasione di Expo, Elena Croci è stata l’autrice dei contenuti culturali del padiglione dell’Azerbaijan. “Abbiamo utilizzato codici molto semplici, creando un modello che desse fiducia, orientamento e identità sia a livello nazionale sia di riconoscimento del monumento”. Il modello proposto da Elena Croci è stato sperimentato con successo in Medio Oriente ma lei lo trova validissimo anche per l’Italia. “Nel nostro paese c’è una grande sete di cultura che va utilizzata pure per il bene sociale. L’essere umano oggi vuole un approccio alla cultura più semplice che possa diminuire il divario tra i grandi esperti e gli altri. Pompei, per esempio, sarebbe una bellissima palestra. Troppi monumenti nelle nostre città sono silenti: in pochi sanno perché sono lì, la loro storia e il loro significato. Servirebbe un’azione educativa per spiegarli, come concept e come messaggio. In poche parole, basterebbe farli parlare”.