Mondiali di Marcia a squadre. Elisa Rigaudo, quinta, è la migliore delle azzurre: Schwazer? Chi sbaglia nello sport non dovrebbe avere una seconda opportunità

scritto da il 08 Maggio 2016

rigaudo“E’ più facile marciare che correre”. Se lo dice lei non possiamo far altro che crederci. Lei è Elisa Rigaudo,  la migliore delle azzurre nella 20 chilometri di marcia ai Campionati del Mondo a squadre in corso di svolgimento a Roma. La piemontese, che da bambina sognava di fare l’infermiera, è giunta quinta in 1h28:03 nella gara vinta dalla cinese Liu. L’atleta delle Fiamme Gialle, 36 anni a giugno, mamma di Elena, sei anni, e di Simone, due, che l’hanno attesa al traguardo insieme al marito Daniele, nella propria bacheca vanta una medaglia per ogni grande appuntamento della specialità: bronzo agli Europei di Goteborg 2006, alle Olimpiadi di Pechino 2008 e ai Mondiali di Daegu 2011 dove si era piazzata al quarto posto, trasformatosi solo un mese fa in una nuova medaglia per la squalifica della russa Kaniskina. Tagliato il traguardo di Roma, la marciatrice ha sventolato a lungo il tricolore. “Non l’ho fatto per il risultato, non sapevo ancora se fossi arrivata quinta o sesta, ma per Anna Rita Sidoti. Questa gara è dedicata a lei. È stata un esempio come donna, come mamma di tre bambini e come guerriera nel momento della malattia”.

Cosa significa disputare un campionato del mondo per le strade di Roma?

“La gara si sente di più. Quello che mi ha resa felice è stato marciare nel centro storico della capitale e non all’interno di uno stadio o in periferia. C’è stato un grande pubblico e tra loro c’era sicuramente anche qualcuno che non si sarebbe mai aspettato di vedere una gara del genere al Colosseo e alle Terme di Caracalla”.

Solo un mese fa un quarto posto si è trasformato in una medaglia di bronzo in un Mondiale. Cosa ha provato?

“Un po’ di amaro in bocca. Mi è stata tolta l’opportunità di salire sul podio li, a Daegu, e non mi sono goduta la cerimonia di premiazione. È anche vero però che quel quarto posto, cinque anni fa, per me è stato comunque un risultato appagante. Tornavo alle gare dopo dieci mesi di stop per la mia prima maternità. Adesso quel bronzo ha un valore aggiunto in più perché così posso dire di aver vinto una medaglia in un europeo, in un mondiale e in un’olimpiade”.

Come ci si prepara per affrontare una gara di marcia di 20 chilometri?

“La nostra preparazione inizia nei mesi invernali. Prima si affrontano tanti chilometri, poi si diminuiscono le distanze e si lavora sulla velocità, con una media di 130-140 chilometri a settimana con un riposo o due di mezza giornata ciascuno. Anche la preparazione a livello mentale si costruisce in allenamento, la gara è solo il risultato di ciò che si fa in quei mesi. Nella nostra specialità non si può inventare nulla, se non si ha allenamento e chilometri nelle gambe difficilmente si può arrivare in fondo”.

Come si vive la vigilia di una gara importante?

“Le attese sono belle ma estenuanti. Spesso penso alle altre vigilie di competizioni importanti che ho già vissuto. Durante la gara, nei primi chilometri penso a sprecare meno energie possibili perché, essendo una competizione di un’ora e mezza, bisogna dosare le forze. Nei primi 4-5 chilometri presto attenzione a quello che mi circonda, al percorso e al respiro delle mie avversarie. Da metà gara in poi, le energie si concentrano solo su me stessa e sulla gestione della gara che è poi la cosa più importante”.

Come riesce a conciliare la famiglia con l’attività agonistica?

“Ho la fortuna di avere un marito molto presente sia come padre che come consorte. Ho anche entrambe le nonne vicino a casa. È comunque una questione di organizzazione, si possono fare bene entrambe le cose. I miei bambini sono ancora piccoli e ai raduni li ho sempre portati con me perché non voglio essere una mamma part time ma a tempo pieno. L’unica differenza è che prima dovevo concentrarmi solo sull’allenamento, ora quando finisco ho altre dieci cose a cui pensare: spesa, pannolini, ecc.”.

C’è un atleta al quale si è ispirata?

“Jefferson Perez, la prima medaglia olimpica dell’Ecuador. Mi sono anche allenata con lui per un periodo. Non lo ammiro solo per il campione che è stato nello sport ma soprattutto per quello che è nella vita. Ricordo che, dopo aver conquistato la prima medaglia, disse che con quei soldi avrebbe comprato il letto a sua mamma e ai suoi fratelli. È una persona che è sempre rimasta umile e ha rappresentato un grande esempio per me”.

A Roma ci sarà il ritorno alle gare di Alex Schwazer dopo la squalifica per doping. Cosa ne pensa?

“È stata una vicenda che mi ha toccata da vicino perché io e Alex, per un certo periodo, ci siamo allenati con lo stesso allenatore. Mi è dispiaciuto per quanto di male ha fatto alla marcia: essere conosciuti per questa vicenda, per quello che non bisognerebbe mai fare, non è bello. Io ho sempre creduto che non serva vincere per forza o trovare delle scorciatoie per farlo. Penso anche che, nello sport, non si dovrebbe concedere una seconda possibilità a chi ha sbagliato. C’è una regola però e non posso cambiarla io. Bisogna quindi accettare che anche chi ha sbagliato possa rientrare dopo aver scontato una squalifica”.